L’oggi e le formiche

image.jpegL’oggi e le formiche

Lo vedi, adesso,
quanto è più poetico camminare a piedi nudi
tra l’erba?
E la salvia gigante?
E le nespole ormai appassite?
Guarda anche l’orzo incurante,
crescere tra le tegole,
erette a confine…
E alzare gli occhi al cielo, e
ritrovarsi tra le nuvole ;
che tracciano ineusaribili vie,
l’una addossata all’altra ,
ma labili abbastanza, da intravedersi,
nell’oltre, la luce.
È un perdersi effimero in esse,
mentre il muro di cinta si sta scardinando;
chissà tra le feritoie quante formiche hanno costruito la loro casa.
Ho sempre odiato chi le alluvionava;
così piccole, ingegnose e stuzzichevoli.
Da questi spazi non me ne sono mai andata,
eppure la vita mi ha messa alla prova.
Il mio rifugio silenzioso,
oggi,
mi appaga più di allora.
Ed è lì che rimarrò,
per la tua gioia,
mio bene più caro.

E.M

Ho creduto

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Ho creduto che il tempo

potesse regalarmi un sorriso nuovo

Sono rimasti rancori indiscussi

E forse della poesia

In tutto questo rimane la sola colpevole dei miei giorni :la libertà.

Libertà che è al tempo stesso una prigione dorata

Limbo dei solitari e dei sensibili

Ostacolo a breccia di amore soffocante

Degna di elogio

Eternamente casta…

Privilegio e colpa Penosa

Che è straziante calamita

Indomabile e indomata

Sono quel che sono

Ed è per mai

Ed è per mai
che ci si arrovella sopravvivendo;di plumbee code, intrise di pesi e sottotoni
Inutili come le corde troppe tese di uno strumento ad arco.
Poiché lento è il divenire,
che percuote e che consuma.
la muta non chiede appoggi,
Né si ciba dei nutrienti passati.
È finito il tempo dell’ieri.
Irrigazioni ed effumigi viziosi la
sviliscono e minimizzano.
Sii pupa silenziosa, dove i suoni sono incompresi ed attendi i nuovi colori. Se farai tesoro di questa sorda e muta attesa, nel tuo seno
germoglierà la nuova vita.
E che sia femmina!

La finestra

Di altezza in altezza,

si gela a volte il pensiero

Demone che non sa ascoltare

il mio pianto,

eppur resta in attesa

di furibonda ira.

Sorrido della serra con i fiori,

dei miei figli scalzi imbrattati di terra,

e scordo le pochezze che mi hanno

fatta salire fin qui,

Siamo stati tra i primi

ad esser tartassati,

quando ci indicavano piccoli indaco.

Eppure ci hanno invidiati della nostra

leggerezza,

che con poco li feriva e ne coglieva i sensi.

Adesso si vola,

con semplici cose.

Mentre l’avaro si crogiola,

attendendo lo squarcio ed il tonfo,

che non arriva,

per la grazia del SOLE che ci illumina.

Crepitii

Crepitii a volte fitti come la pioggia,

di certe insane mattine.

Adagiarsi nell’aurora,

magia di rinascita,

scompenso per i sopravvissuti.

Di questo antico delirio,

ne farò cenere,

fino a quando,

e forse poi,

sarà rimpianto.

Nella costrizione dell’attesa,

mi muovo,

con abiti insoliti.

E stringo la malinconia.

Mia unica FORZA.

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Ti mancherò

Ti mancherò quando non ci sarò.

Succede che mi appisoli incantata sul niente.

Il gusto di raggelarmi.

Perché  l’anima chiede il silenzio a volte.

E distratta dal vuoto si avvia verso la sua nuova casa.

I baci di carne saranno confusi tra i baci eterei.

Forse era questo l’amore.

Non vuole certo appagarsi col vuoto .

Ma dal vuoto apprende.

E cresce sfacciata e arrogante.

Ma senza pretese.

E non chiede.

Ma dona e riceve doni.

In egual misura senza dolore.

Siamo stati abbastanza incantati.

Ora tocca la guerra!

E. M copyright

Pazza

E dunque sarei io la

pazza?

O forse la pazzia è un altro

modo dello sputo del vero?

Pensi che a me non faccia male?

La sola differenza tra te e me

è il mio coltellaccio tra i denti,

e la lotta corpo a corpo,

nascondendo  tra il  fango,

le ferite.

E se tu ti proteggerai ancora

dall’abisso ,

ecco…allora…

Io ti farò cadere .

 

Distanza

Dolore di mancanza,

che non s’acquieta, amore

E stringe al petto,

avido, senza freno,

al picco.

Questi tempi,

lontani,

E ti chiede l’amore :

Hai visto che mostro che sono ?

E un sorriso cancella il sapore del vuoto

Merita la mancanza

il singhiozzo incessante,

ed il mostro l’amore.

E tu che non ti spaventi di me,

il mio ultimo dono.

Fino alla fine.

Mitruccodipoesia

Amor, rispondimi, ti prego…

Amor, rispondimi, ti prego…

Non bere da quel calice dannato.

Poi fiumi di parole inconcludenti,

mi sciolgono, ma lasciano peccato;

odor di solitudine, di affanno.

Di lenti passi nella notte,

senza il rincuorar di un sonno.

Il mio e il tuo vicino.

Leali.

Affini.

Soli e persi.

Non perderti in quel vetro, in quel cristallo.

La boccia, il rosso, l’inganno.

Distanti per quel sorso.

E un altro sorso.

E poi…e poi…

Corrodersi per noi.

MITRUCCODIPOESIA ©