I papaveri

 

Sola,

come le ciabatte scoppiate,

in un angolo troppo difficile da perlustrare

Fa sempre troppa fatica

deviare l’anima oltre le apparenze

Per noi, amico mio, papaveri allucinogeni,

è naturale infiggersi le pene degli altri

Della nostra delicatezza, tra lo stupore e la meraviglia, ne fanno loro saggezza e fino alla polpa se ne cibano. Mai che sia cura amorevole e disinteressata, solo crusca ed avena per le loro fauci esauste dal niente.

Rifocillarsi per poi espellere, rimanendo ancora vuoti. Fanno questo i figli della materia esanime.

Da questi vuoti l’anima si assenta, torna alle origini, e bambina si meraviglia ingenua

Non può esser sempre cibo, sia erbe e fermezza, per una nuova era, che la aspetta esausta

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